EDIZIONE 2018

Fare cultura e allo stesso tempo promozione del territorio, celebrando i grandi viaggiatori del ‘Gran tour’ che sono transitati nei nostri territori con lo scopo di visitare la Cascata delle Marmore. È questo l’obiettivo del ‘Terni Falls Festival – Itinerari del Grand tour”. Gli eventi che hanno caratterizzato la prima edizione del Festival, svoltasi nel weekend 16-18 novembre 2018, si sono focalizzati sulla scrittrice Mary Shelley, autrice del famoso romanzo “Frankenstein, e su suo marito Percy Bysshe Shelly, il noto poeta romantico inglese.

In particolare, si è celebrato il bicentenario della loro prima visita alla Cascata delle Marmore, avvenuta il 18 novembre 1818.

 

    Biografia di Percy e Mary Shelley

Non si può scrivere della vita dell’uno prescindendo dalla vita dell’altra, tanto le esperienze esistenziali e gli scritti di Mary Godwin devono alla vicinanza ed alla originalità intellettuale di  Percy Bysshe Shelley, quanto il pensiero e la creatività del poeta non possono sottrarsi all’influenza dell’ambiente intellettuale in cui Mary crebbe e maturò. Le due esistenze furono complementari l’una dell’altra, ciascuna debitrice all’altra di originalità e fattività artistica, in una intima condivisione di ideali e di passioni.

La vita di Mary, fin dall’inizio, mostrò tutti i presupposti per un percorso volto ad esulare dai canoni della normalità. La madre, morta dieci giorni dopo averla messa al mondo, era Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo ed il padre il filosofo e politico William Godwin, di idee anarchico-comuniste. Crebbe, quindi, in una atmosfera di profondo impegno politico e sociale, improntato a quelle idee che tanto avrebbero influito anche sulla formazione intellettuale di Percy, l’incontro con il quale significò, per Mary, una vita insieme fatta di fughe, di ritorni, di viaggi continui attraverso l’Europa, di sofferenza, di perdite dolorose, di crisi depressive, ma anche di entusiasmi conoscitivi e creativi. Percy era già sposato quando si innamorò, ricambiato, della giovanissima Mary, ma ciò non impedì loro di fuggire sul Continente, affrontando anche notevoli difficoltà economiche.

Percy Bysshe apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia rurale del Sussex ed era, perciò, destinato a seguire il classico percorso di tutti i rampolli dell’aristocrazia inglese, fatto di disciplina, di studi severi, di obbedienza a regole ancestrali quanto a  comportamenti personali e sociali. Ma, fin da giovanissimo, manifestò idee ed atteggiamenti del tutto opposti ed assai eccentrici per quei tempi, tanto da farsi soprannominare “Mad Shelley” nel collegio di Eton che fu ammesso a frequentare. Più tardi, allo University College di Oxford, pur distinguendosi per notevole capacità di apprendimento, manifestò profonda insofferenza verso i programmi educativi tradizionali, preferendo darsi agli studi sull’elettricità, il magnetismo e la chimica. Studi che sarebbero anche tornati utili a Mary nel comporre il suo romanzo più famoso, “Frankenstein. Molto contribuì alla sua visione atea del mondo la lettura delle opere di Godwin, a cominciare da  “Enquiry Concerning Political Justice”, sfociata nella composizione di un opuscolo, “The Necessity of Atheism”, a causa del quale fu espulso da Oxford. Una personalità, quella di Percy, che affascinò perdutamente la giovane Mary, già incoraggiata, nell’ambito di una educazione informale, ad abbracciare le idee anarchiche e radicali del padre.

Gli anni che seguirono l’espulsione da Oxford furono densi di eventi per ambedue. Percy sposò la giovanissima Harriet Westbrook, da cui avrebbe avuto due figli, non esitando, fin da subito, a proporle il suo progetto di amore libero e matrimonio aperto, tentando di convincerla a condividere  casa e letto con Thomas Hogg, suo amico e compagno di college, nonché suo futuro biografo.  Harriet rifiutò sdegnata, profondamente ferita da un marito insofferente agli obblighi morali e materiali che il matrimonio comportava. Obblighi che non potevano trovare spazio in una visione delle relazioni umane improntata esclusivamente sulla assoluta libertà individuale, di cui Percy avrebbe avvertito l’urgenza in ogni momento della propria esistenza. Harriet sarebbe morta suicida dopo la fuga di Percy sul Continente insieme a Mary Godwin! Fuggiti, dunque, dall’Inghilterra nel giugno del 1814, Percy e Mary attraversarono la Francia, di recente dilaniata dalla guerra, a dorso di mulo, d’asino e su carretti, raggiungendo dopo tante traversie, la Svizzera. “It was acting by a novel, being an incarnate romance” Mary ricorda, nel 1826, nei suoi diari. E da quell’anno la storia della loro vita non fu che un peregrinare continuo, dall’Inghilterra all’Europa e ritorno, spinti dal desiderio di esperienze che dessero soddisfazione alla propria ansia di conoscenza  e di emozioni.

E fu con tale spirito che, durante il loro girovagare in Italia, sulla scia del Grand Tour, nel 1818 si spinsero fino alla Cascata delle Marmore, tappa obbligata per i viaggiatori di tutta Europa. “…….A sightless gulf of snow-white vapour, which bursts up for ever and for ever from a circle of black crags, and thence leaping downwards…. But words (and far less could painting) will not express it. You see the ever-moving water stream down. It comes in thick and tawny folds, flaking off like solid snow gliding down a mountain. It does not seem hollow within, but without it is unequal, like the folding of linen thrown carelessly down; your eye follows it, and it is lost below; not in the black rocks which gird it around, but in its own foam and spray, in the cloud-like vapours boiling up from below, which is not like rain, nor mist, nor spray, nor foam, but water, in a shape wholly unlike anything I ever saw before. It is as white as snow, but thick and impenetrable to the eye. The very imagination is bewildered in it. A thunder comes up from the abyss wonderful to hear; for, though it ever sounds, it is never the same, but, modulated by the changing motion, rises and falls intermittingly……. The surrounding scenery is, in its kind, the loveliest and most sublime that can be conceived….” scrive Percy il 20 novembre 1818 a T.L. Peacock, nel suo “Letters from Italy”. Ed alla Cascata tornarono nel 1819, dopo la morte del loro figlio William, di tre anni, avvenuta a Roma per malaria, il 7 giugno. Il 10 giugno, in partenza alla volta di Livorno, Mary scrive nel suo diario: “ We visit the waterfall of Terni”. L’anno precedente, il 24 settembre, era morta anche l’altra loro bambina, Clara Everina. E non è difficile immaginare che sia la prima che la seconda visita alla Cascata fossero avvenute anche alla ricerca di emozioni che potessero lenire, almeno in parte, la sofferenza per quelle morti premature. Da allora in poi, fino alla tragica scomparsa di Percy, avvenuta per annegamento nel golfo di Lerici l’8 luglio 1822, l’esistenza della coppia si sarebbe tradotta in un andirivieni tra Livorno, Pisa e Firenze, fino a Casa Magni, la villa sul litorale di San Terenzio, vicino Lerici, nel golfo di La Spezia, che fu la loro ultima dimora. Il 12 novembre 1819 era nato Percy Florence, l’unico figlio  sopravvissuto  ai genitori.

Dopo la morte del marito, Mary si trasferì ad Albaro, vicino Genova, per lasciare definitivamente l’Italia nel 1823, spinta anche da una comprensibile preoccupazione per il bambino, consapevole che ora più che mai il futuro del piccolo dipendeva dalla possibilità di riallacciare i rapporti con Sir Timothy Shelley,  padre di Percy Bysshe, interrotti ormai da anni. Percy Florence, d’altronde, era l’unico erede della famiglia, essendo morti anche i figli che Percy Bysshe aveva avuto dalla prima moglie. Tornata in Inghilterra Mary si dedicò completamente alla scrittura di romanzi, di short stories, di saggi ed alla diffusione delle opere di Percy, ma solo grazie a “Frankenstein”, pubblicato nel 1818, la sua fama avrebbe  continuato a persistere. Il romanzo era stato concepito nell’estate del 1816 nella villa Diodati a Cologny, nei pressi di Ginevra, dove risiedeva Lord Byron e Mary, insieme a Percy, a Claire Clairmont ed al medico John Polidori erano ospiti. Come ella avrebbe scritto nell’introduzione all’edizione del 1831, “Frankenstein” era il frutto dell’invito da parte di Lord Byron ad ingannare il tempo uggioso di quell’estate scrivendo una storia di fantasmi, un romanzo gotico: ” It proved a wet, ungenial summer and incessant rain often confined us for days to the house…” . Mary avrebbe rivisitato l’Italia solo nel 1840, insieme al figlio e, di nuovo, nel 1842, dal giugno fino all’agosto del 1843, in un lungo viaggio attraverso l’Europa che le consentì di rivedere luoghi che le erano stati tanto cari, ma anche testimoni di grandi sofferenze. E che, soprattutto, le permise di recarsi per la prima volta alla tomba del marito, nel cimitero acattolico di Roma, vicino alla Piramide Cestia. Purtroppo l’erba era talmente alta da impedirle di trovarne la lapide….

Gli ultimi anni della sua vita furono pesantemente segnati dalla malattia. Morì il 1° febbraio 1851, a Londra, nella casa di Chester Square, probabilmente per un tumore al cervello. Quando il figlio Percy Florence aprì il cassetto della sua scrivania, vi trovò le ciocche dei capelli dei figli prematuramente morti tanti anni prima, un quaderno scritto insieme a Percy, una copia del suo poema Adonais con, all’interno, una pagina ripiegata intorno ad un involto di seta contenente le ceneri del cuore del marito.

Lucia Tanas

     I momenti letterari

Intervento della Prof.ssa Marino

Frankenstein del Maestro Borozan

Gli ambienti del Circolo Il Drago

Gli scritti di Shelley

A Villa Diodati

Intervento del Prof. Rognoni

Due i momenti letterari” che hanno celebrato i coniugi Shelley: il primo a Terni con la conferenza “Mary Shelley e l’Italia” a cura della prof.ssa Elisabetta Marino dell’Università Roma Tor Vergata e l’altro a Narni con la conferenza “Percy Bhysse Shelley:  Elogio delle Cascate” a cura del prof. Francesco Rognoni dell’Università Cattolica di Milano.

Mary Shelley e l’Italia

Presentando il suo libro “Mary Shelley e l’Italia”, la prof.ssa Marino si è particolarmente soffermata su quanto la scrittrice, pur con l’animo lacerato dal dolore per la perdita della figlia Clara Everina, si sia sentita catturata dalla “horribly beautiful waterfall”, ricalcandone non esclusivamente la visione stereotipata dello scenario naturale come un dipinto, ma vivendola con un interessante cambiamento di punto di osservazione e di prospettiva “visit the celebrated waterfall first from below where we see it as a fine painting and afterwards from above where it is more beautiful than any painting-The thunder-The abyss-The spray-The gracefull dash of water lost in the mist below”. Lo spettacolo della natura suggerisce a Mary la visione di Saffo “leaping from a rock and her form vanishing as in the shape of a swan in the distance” contribuendo, così, ad una riscrittura della leggenda con una rasserenante metamorfosi naturale, che la vede trasformarsi in un magnifico cigno.

E Terni e la sua magnifica Cascata diventano così per Mary Shelley fonte di consolazione al suo profondo senso di sconforto e di tristezza per il fato ineluttabile che sentiva incombente sul destino della sua famiglia.

That Night at Villa Diodati

La conferenza della prof.ssa Elisabetta  Marino è stata introdotta da una interessante performance degli studenti del Liceo Linguistico Angeloni nella magnifica cornice del Salone Principesco  del palazzo seicentesco che ospita il Circolo del Drago a Terni, ben riproponendo le atmosfere dell’epoca, anche grazie ai preziosissimi costumi della BBC che l’Associazione “Progetto Mandela” ha generosamente messo a disposizione.

Gli studenti, oltre che interpreti, sono stati autori del copione in lingua inglese (Script-writing Laboratory) di una scena teatrale  intitolata That Night at Villa Diodati. La scena , ambientata a Villa Diodati presso il Lago di Ginevra, ricordava quella celebre serata dell’anno senza estate, 1816, quando Mary Shelley, ospite di Lord Byron insieme a suo marito Percy, alla sorellastra Claire e a Polidori , a seguito di una sorta di sfida lanciata dallo stesso Byron su chi fosse in grado di scrivere la storia più terrificante, ebbe una visione che le ispirò la storia di Frankenstein.

A margine della conferenza il maestro Igor Borozan ha presentato la sua opera Frankenstein, …..

E sono state in mostra alcune pagine degli scritti dei coniugi Shelley i cui originali sono presso la Bodleian Library di Oxford, che l’associazione ha acquistato in forma digitale.

Elogio delle Cascate

“Quasi trent’anni che mi occupo degli Shelley, e non ero mai stato alla Cascata delle Marmore! Ho cercato di ripercorrere l’itinerario di Percy Bysshe e Mary Shelley sul lago di Ginevra, a Milano, a Napoli, a Roma (dove la piramide di Cestio presiede alla quiete incantata del cimitero acattolico), a Firenze, a Venezia, a Lerici, dove casa Magni non è più spazzata dalle onde del mare; più volte sono tornato alla villa I Cappuccini di Este, è lì che Shelley cominciò il Prometeo Liberato e Mary vi ambientò un capitolo del suo secondo romanzo, Valperga; ho bucato una gomma (adesso non so se sarei ancora capace di montare quella di scorta, ma la necessità aguzza l’ingegno!) sulla strada fiancheggiata di castagni che porta alla villa che gli Shelley abitarono a Bagni di Lucca… Shelley ha descritto la cascata delle Marmore in una lettera all’amico Peacock che è fra le sue pagine di prosa più alte, e Mary – di tutti i romantici inglesi forse la più umanamente responsabile, la meno sedotta dal fantasma del suicidio – contemplando la cascata appuntò nel suo diario che “il rombo – l’abisso – gli spruzzi – l’acqua che salta aggraziata e si perde nella foschia sottostante – mi hanno fatto pensare a Saffo che si getta da una rupe e alla sua figura che svanisce in lontananza, simile a un cigno”.

E allora perché non avevo mai pensato, prima, di visitare un luogo del fascino e dell’interesse storico e naturale di Terni e i suoi dintorni?  Evidentemente, senza saperlo, aspettavo le circostanze più favorevoli: quelle create da Christian Armadori e dagli altri organizzatori del primo Festival della Cascata delle Marmore, che si è svolto, fra Terni e Narni, a metà novembre, proprio poche settimane dopo l’uscita del secondo volume di una nuova edizione delle mie Opere di Shelley. Non amo parlare dei miei lavori, non lo faccio mai e neanche in queste poche righe ho intenzione di eccepire alla regola. Ma voglio confessare, senza retorica, che la possibilità che mi è stata offerta di “rappresentare” Shelley a un pubblico così attento, in luoghi tanto importanti per generazioni di artisti, e poi la libertà di inzupparmi arrampicandomi su per il sentiero che costeggia la cascata, sono state un coronamento ben più grato delle recensioni o dei riconoscimenti accademici e editoriali.

La mia comunicazione si intitolava Elogio delle cascate: non era una conferenza vera e propria – una lezione – quanto un centone di poesia e prosa di Shelley, brani tutti legati dal motivo dell’acqua in movimento. Che Shelley amasse l’acqua non è una novità; è stato addirittura suggerito che Shelley, pur appartenendo alla prima generazione della “civiltà balneare”, non avesse mai voluto imparare a nuotare per conservare più “puro”, disinteressato, ogni suo gesto di abbandono alle freschezza delle acque (né alcuna prodezza natatoria avrebbe potuto salvarlo dalla tempesta che affondò la sua barca al largo di Viareggio, l’8 luglio 1822). Non ho dubbi che la contemplazione della Cascata delle Marmore sia all’origine di molti suoi versi, in particolare delle strofe che descrivono le mirabolanti navigazioni della Maga dell’Atlante, “giù per cateratte squassaterra che con brividi / lanciano nell’aria d’oro le loro acque nivee, / o in fondo a insondabili voragini in eterno / le intombano, finché la loro furia spacca / un varco sotterraneo” etc. etc. C’è sempre un elemento di trepidazione quando si legge ad alta voce una propria traduzione. Quanti pentimenti a metà di un verso, talvolta nel bel mezzo di una parola! Una traduzione non è mai definitiva. Instabile, scivolosa, è fatta di ripensamenti e contro-ripensamenti, come lamine d’acqua che rimbalzano sulle pietre: la leggi ad alta voce, e la parola che ora vorresti diversa, il giro sintattico che perché non hai invertito?, ti investono come spruzzi improvvisi. E dove meglio che nei pressi di una grande cascata riconciliarsi con la bellezza imperfetta delle cose che cambiano rapinosamente?

Un’ ultima notazione, di carattere molto personale. Ho letto la mia comunicazione nel museo a Palazzo Eroli di Narni, che gli Shelley non hanno descritto, ma da cui sono certamente passati. E lì ho scoperto, grazie agli studi di Giuseppe Fortunati, che con buona probabilità questa meravigliosa cittadina è stata la fonte di ispirazione di C.S. Lewis per le sue Cronache di Narnia – un libro che ha appassionato mia figlia, ma che io, mi vergogno a dirlo, non ho mai letto. Conosco invece diversi saggi letterati di Lewis, e le sue spassose, intelligentissime Lettere di Berlicche, che sono sempre circolate in famiglia perché tradotte in italiano (negli anni quaranta direi) da un fratello sacerdote di mia nonna, Monsignor Alberto Castelli. Sono a conoscenza anche di una breve corrispondenza tra Lewis e Castelli, nella quale lo scrittore inglese si congratula col traduttore per aver ribattezzato il suo diavolo (nell’originale, “Screwtape”) col bel nome dantesco di Berlicche. Dove son finite queste lettere? Devo affrettarmi a ritrovarle: sono certo che Monsignor Castelli sarebbe compiaciuto che una loro copia venisse conservata anche a Narni!”

Francesco Rognoni

    Frankenstein: Io sono il mio doppio

Rappresentazione teatrale Frankenstein: io sono il mio doppio, una performance dinamica multisensoriale sui tre livelli della Cascata ripercorrendo i tre livelli del romanzo Frankenstein a 200 anni dalla sua pubblicazione e della visita di Mary e Percy Shelley il 18 novembre 1818.

Scritto e interpretato da Stefano de Majo; violino Gustavo Gasperini, tromba e voce Fabrizio Longaroni; installazione Igor Borozan.

Presentazione dell’opera in acquaforte dell’artista Massimo Zavoli ispirata alla suggestione che ebbe Mary Shelley davanti allo spettacolo della Cascata.

Una coppia singolare e magnifica, Mary e Percy Shelley! Una esistenza, la loro, che ancora stupisce per le scelte coraggiose, per la fermezza nel rifiutare regole umilianti per la propria  sete di libertà e ricca di  fermenti culturali ed intellettuali tali da risultare decisamente incisivi nella Storia della letteratura mondiale. Due anime all’unisono, emblema della forza dell’innamoramento e dell’amore, appassionate l’una dell’altra, ma anche degli spettacoli magnici e “Horribly Beautiful” che solo la Natura non addomesticata dall’Uomo era in grado di offrire agli occhi ed allo spirito di persone  alla perenne ricerca di intima soddisfazione, di appagamento dei propri slanci idealistici e romantici.

E la vista superba della Cascata delle Marmore, di quel salto d’acqua che liberandosi dall’alto in un volo maestoso, a precipizio sui balzi della roccia sottostante, rimandava ad entrambi, di certo, un’immagine di forza e di potenza, ma anche di levità e di aerea simbologia, frammentata e ricomposta nella polvere d’acqua che si eleva dalla massa in caduta, per dar vita a proiezioni di memorie e di colte reminiscenze.  Meta di un viaggio che avrebbe dovuto appagare la loro sete di conoscenza, la Cascata delle Marmore si rivelò, soprattutto, dispensatrice di  sensazioni  tali da rispondere in pieno all’urgenza del Sublime, principio indispensabile per la creazione poetica romantica. Un viaggio che assunse anche tutti i toni ed i significati di un pellegrinaggio alla ricerca di emozioni che potessero esaltare il senso più vivo ed autentico di vicinanza alla Natura, ma anche sanare  più intime, penose sofferenze …

Ed esattamente duecento anni dopo, con questo primo “Terni Falls Festival” abbiamo voluto rivivere e far rivivere quei sensi e quelle emozioni, celebrando la poesia e l’amore dei due straordinari poeti.

Abbiamo, così, ripercorso il cammino che, sulle tracce del Grand Tour, li spinse fin sul limitare di quel “wave-worn precipice”, già reso immortale da Byron e da straordinari pittori che ebbero a testimoniare, con la loro Arte, come il Sublime trovasse magnifica espressione nella “flashing mass” che dall’alto tutto travolge ed impregna del suo liquido umore.  E che Stefano de Majo ha voluto facesse da sfondo, suggestivo, unico e singolare, alla propria, mirabile narrazione, scandita in passaggi di alta resa drammatica, volta a rendere gli stati d’animo, le tensioni ideali, gli aneliti spirituali che impregnano la vicenda del dott. Frankenstein e della sua “Creatura”, frutto della fantasia di Mary Shelley, “pensata” e nata proprio duecento anni fa, incredibile omaggio al gusto del Gotico, del Fantastico, dell’Irrazionale. Una confessione in prima 

persona, il “play” di Stefano de Majo, urlata con vigore e forza coinvolgenti, con pathos crescente nello spostarsi della scena, quasi un “pageant” accompagnato nel suo vagare dalle suggestive musiche del violino di Gustavo Gasperini e della tromba di Fabrizio Longaroni, “illustrato” dalle immagini oniriche e subliminali scaturite d’istinto dalla fervida fantasia creativa di Igor Borozan.

E, a corollario dell’autentico flusso di coscienza messo a nudo dal monologo impetuoso di Stefano de Majo, specchio della potenza delle acque in caduta sullo sfondo, la trasposizione artistica de “Io sono il mio doppio”, creazione di Massimo Zavoli, che imprime sulla tela l’immagine di una donna, mirabile sintesi dei volti di Mary Shelley e di Saffo, che la scrittrice vide prender vita nel pulviscolo delle acque: “….The thunder, the abyss, the spray, the graceful dash of water lost in the mist below. It put me in mind of Sappho leaping from a rock, and her form vanishing as in the shape of a swan in the distance…..”.

Tutto a rendere partecipe il pubblico all’intensità di un vero e proprio dramma umano. Quello che vuole Frankenstein trasformato nella sua stessa “Creatura”, in un crescendo di  intime pulsioni esistenziali, fra l’anelito alla normalità e l’ambizione a farsi creatore della vita.

Lucia Tanas

    Frankenstein: umano o postumano?

Filosofia e psicologia in dialogo con letture dai testi di Mary Shelley

L’evento ha proposto una riflessione sulla costruzione del senso di identità riattualizzando l’esperienza di ricerca avanguardistica ottocentesca e accogliendo nuove tematiche.

Si procede per step – il sublime, il linguaggio, l’alterità, l’ideale – con l’obiettivo di realizzare un osservatorio da cui guardare a sé e alla società odierna, dove i supporti tecnologici rappresentano una estensione di corpi e relazioni. Coerentemente con l’indagine postumana, l’interesse qui rivolto all’ibridazione delle identità non ha come fine quello di formulare un giudizio di valore, ma si pone come passaggio funzionale a raggiungere una pensabilità che risponda ai controversi schemi di matrice umanista.

Il tema della creazione, centrale nel romanzo, è affrontato dall’autrice facendo emergere una domanda: “Qual è il posto dell’uomo nel mondo?”

Se la nostra cultura affonda le proprie radici  nei miti e nei sogni dell’Antica Grecia, il destino del dottor Frankenstein ricalca quello di Prometeo, che dopo aver scoperto e sfiorato il limite che separa l’uomo dal creatore, osa superarlo.

Filosofia e psicologia, incrociando la letteratura, reagiscono in tempo reale ai brani tratti dal romanzo offrendo una rappresentazione dei processi interiori in termini figurativi e simbolici. Viene riproposta, reinterpretandola, l’unità aristotelica di tempo e di luogo, scompaginando in parte la sceneggiatura del romanzo e invitando lo spettatore, nelle atmosfere psichedeliche del Mishima, a smarrirsi per un’ora nello spazio dischiuso dalle pagine del romanzo. Il dialogo gioca con le certezze di chi ascolta, cercando deliberatamente di mettere in discussione ciò che si prova e si pensa, sfida a guardarsi dentro e a confessare l’indicibile.

Eccellenti protagonisti della conversazione il filosofo Andrea Tortoreto e l’attrice teatrale Roberta Rossi, che hanno affiancato la conduttrice Valeria Di Loreto.

    Mary Shelley: Creatura Romantica

I docenti e gli  studenti del  Liceo Musicale Angeloni hanno allestito, a Palazzo Gazzoli, un intero concerto dedicato a Mary Shelley dal titolo Mary Shelley: Creatura Romantica Hanno voluto rendere omaggio alla ispirata interprete del dibattito letterario e scientifico del primo romanticismo, all’ideatrice di un personaggio che da duecento anni ancora ci affascina, alla giovane donna che nel suo capolavoro pone temi ancora oggi così attuali quali il problema etico della scienza, la solitudine, il dolore della perdita e l’inaccettabilità della morte, l’onnipotenza dell’uomo che vuole sostituirsi a Dio. E per evocare il fervore culturale del tempo, e quell’inquietudine romantica data dalla ricerca della vibrazione segreta e ineffabile dell’anima,  il programma ha incluso i grandi compositori del primo ottocento, Schubert, Schumann, Beethoven, Bellini, che hanno introdotto il pubblico nei colori del tempo, in  atmosfere notturne e sognanti.

Le esecuzioni dei brani musicali e dei Lieder, filologicamente ineccepibili, sono state inframezzate da letture di brani dal romanzo “Frankenstein”. Il pubblico ha accolto entusiasticamente e con grande gradimento la notevole sensibilità espressiva e l’ottima  performance di musicisti, cantanti ed attori.

     Passeggiata per Narni sulle orme dei viaggiatori del Grand Tour

Una passeggiata sulle orme dei viaggiatori del Grand Tour, guidata dallo storico locale Giuseppe Fortunati, si è svolta a Narni il 17 novembre 2018 a duecento anni di distanza dalla venuta dei coniugi Shelley, visitando i luoghi dove erano gli  alberghi e le locande, i luoghi di sosta dei viaggiatori che dal 1700 al 1900 arrivavano prima in carrozza, poi con il treno a vapore. Migliaia di viaggiatori che  immortalarono, con i loro scritti ed i loro disegni e dipinti, tutto il territorio, dal ponte di Augusto alla Cascata delle Marmore.

Una sosta davanti all’Albergo dell’Angelo, mirabilmente descritto da Olave Muriel Potter nel suo A little pilgrimage in Italy, camminando, poi, lungo la “strada vecchia”, l’antica via Flaminia, che solo dopo il 1791 fu sostituita dall’ ardita variante, dove transita tutto il traffico odierno, voluta dal Papa, che pose a memoria di questo grande lavoro una lapide. Poi, i siti  delle locande lungo le antiche direttrici che portavano i viaggiatori a Narni: del Pincio, del Moro,  che avevano esposta una “fraschetta ” ad indicare la presenza di una osteria con del buon vino, e dell‘Hotel della Campana. E’ stato ricordato, poi, il passaggio della grande Armata Napoleonica, con decine di migliaia di soldati che  sostarono nelle nostre zone. Tra questi molti architetti militari che tra gli inizi del 1800 ed il 1814  lasciarono appunti di viaggio,  disegni e dipinti ora  custoditi al museo del Louvre a Parigi e nei migliori musei e gallerie d’arte di tutto il mondo.

Nei nuovi locali del DigiPASS Narni a Palazzo dei Priori una proiezione di immagini e dipinti relativi al Grand Tour presentando i personaggi che visitarono e scrissero questo territorio: il marchese De Sade,  von Goethe padre e figlio , William Turner, Hans Christian Andersen, Camille Corot, Gioberti, Gregorovius, oltre ad Anna Miller, Margaret Symounds, Olave Muriel Potter e Lina Waterfield che fu tra le fondatrici del British Institute of Florence.

La passeggiata si è conclusa con la visita a Narni Sotterranea, di grande interesse storico e curiosità per l’atmosfera realistica da Santa Inquisizione, l’unicità del luogo e della  Chiesa di San Domenico, simboli identitari  della città di Narni.

In giro per Terni con gli occhi dei coniugi Shelley

L’itinerario cittadino, sapientemente guidato da Loretta Santini, ha preso le mosse da piazza della Repubblica, il luogo ove sorgeva il Grande Albergo Europa, abituale alloggio dei viaggiatori del Grand Tour dove gli stessi coniugi Shelley scesero nel 1818, in occasione della visita alla Cascata delle Marmore. La piazza, l’antico foro della Interamna Nahars, nonché Platea Columnarum  o Piazza Maggiore in epoca medievale, è stata raccontata focalizzando l’attenzione su come  si doveva presentare ai loro occhi in quell’anno. Naturalmente molto diversa da oggi: non più  l’Albergo del Moro, né il vicolo omonimo con il Caffè dei Nobili, altra la torre campanaria del Palazzo Comunale, più volte trasformato, fino a divenire, in tempi moderni, sede della Bibliomediateca. E chissà con quali occhi meravigliati i coniugi Shelley guardarono la bella chiesa seicentesca di San Giovanni Decollato e la Fontana di Piazza, non più esistenti, con le sfingi che la ornavano oggi alla Passeggiata! Non era stata ancora aperta la cosiddetta Strada Nuova, l’attuale corso Tacito!

E sicuramente i due poeti ebbero modo anche di camminare in quella che allora era piazza del Mercato, retrostante al palazzo Comunale, in epoca romana parte del foro romano!

 

 

Il racconto di Loretta, accattivante nella sua fluidità, puntuale e preciso nei dettagli, ha suscitato interesse ed attenta curiosità da parte di tutti ed è stato facile chiedersi se anche gli antichi viaggiatori del Gran Tour, ed i coniugi Shelley stessi, avessero avuto l’opportunità di apprendere quali e quante “doti” artistiche questa città, a quei tempi piuttosto piccola, nascondesse negli antichi palazzi che nobilitano, ancora oggi, il centro storico. Come Palazzo Spada, in un tratto dell’antico decumano, oggi via Roma, costruito nella seconda metà del ‘500, probabile opera di Antonio da Sangallo il Giovane, di cui Loretta ha accuratamente descritto l’architettura ed i notevoli affreschi, “La Battaglia di Lepanto”, la “Strage degli Ugonotti” e “Fetonte punito da Giove cade dal carro del sole” eseguiti dai fiamminghi Karel Van Mander e Marten Stellaert, che, rappresentando la vittoria della Chiesa sul Protestantesimo e sui Turchi infedeli, vollero celebrare  il riaffermarsi del potere pontificio sulla città, inserendosi, dunque, nella politica della Controriforma. Politica di cui Michelangelo Spada, coppiere e cameriere segreto del papa Giulio III, fu convinto sostenitore.

E certamente quegli antichi viaggiatori ebbero modo di ammirare anche la chiesa di San Salvatore, testimonianza di come non fosse raro utilizzare resti romani, forse di un tempio, ma più probabilmente di una domus, come Loretta ha tenuto a sottolineare, per costruirvi sopra  edifici dedicati al culto cristiano.

Con la passione propria di chi ama le “cose” della propria città, Loretta ha guidato, poi, i “viaggiatori” dei nostri tempi alla scoperta dei notevoli, antichi palazzi lungo la via Cavour, l’arteria che ricalca l’antico cardo insieme a via Garibaldi: Palazzo Cerafogli, con il bel portale gotico, i palazzi Mastrozzi, Sciamanna, Possenti e soprattutto il Palazzo Mazzancolli, oggi sede dell’Archivio di Stato, sorto nel ‘400 in stile tardo-medievale con evidenti resti di due case torri ai lati della costruzione e un’elegante corte interna a tre ordini di arcate. Quindi, all’incrocio con via Fratini, il Palazzo Fabrizi, già sede della Pinacoteca Comunale e, in fondo alla via, Porta Sant’Angelo, una delle porte della Terni medievale. Che ha dato lo spunto per un cenno alle altre porte che interrompevano le antiche mura di Terni!

Proseguendo per via XI Febbraio, cuore della vecchia Terni, Loretta ha voluto sottolineare come ancora oggi essa sia caratterizzata da numerose case medievali, da orti e cortili rimasti quelli di una volta. Dopo aver indicato la lapide che ricorda quella che fu la casa del poeta Furio Miselli, passando per via della Birreria, così chiamata perché qui ebbe sede, fino al 1936, la fabbrica di birra Magalotti, la visita alla chiesa di Sant’Alò che mostra nella fiancata resti romani e tardo medievali. Quindi, ormai in prossimità del Duomo e dell’anfiteatro, la brava “guida” ha fatto notare come la via XI Febbraio divenga curvilinea, ricordando e segnando il profilo dell’antico teatro romano i cui resti si trovano all’interno delle case e degli scantinati della zona. Infine, una sosta doverosa davanti al Palazzo Gazzoli, in stile tardo-rinascimentale con resti di terme romane, ha preceduto la visita in piazza del Duomo dove sorgono, oltre alla Cattedrale, la fontana novecentesca del Nera Velino realizzata da Corrado Vigni e l’elegante Palazzo Bianchini-Riccardi già Palazzo Rosci, sorto nel tardo ‘500, con un bel portale decentrato a bugnato, un sedile del popolo che corre lungo il perimetro, una bella decorazione con gigli angioini ed alte finestre timpanate.  

La visita del Duomo, che ha riservato non poche sorprese agli attenti “viaggiatori”, pur se Ternani, ha ripercorso le fasi della realizzazione dell’edificio, a partire dalla primitiva costruzione, forse risalente al VI sec. ed individuabile, con una certa probabilità, nella cripta sorta sul sacello di Sant’Anastasio. Sacello sul quale sorse la chiesa romanica, i cui resti sono visibili nelle colonne, nei portali gotici e in alcuni bassorilievi, tra cui la curiosa “misura dei tacchi”, un’impronta di una scarpa realizzata per misurare l’altezza delle calzature femminili, in seguito alla promulgazione, nel 1444, di una legge che proibiva l’uso di pianelle (calzature con zeppa) più alte di quattro dita, corrispondenti a 8 centimetri. Che sicuramente non molti dei presenti ”concittadini” avevano mai notato prima! E l’attenzione con cui essi hanno seguito il racconto di Loretta sta a dimostrare come non molti sapevano che la chiesa, nel suo aspetto attuale, è il risultato di una trasformazione radicale iniziata a metà ‘500, con l’ ampliamento delle navate, la realizzazione delle cappelle e la costruzione della tribuna e della cupola. Come non sapevano che a metà del ‘600 il cardinale Rapaccioli, mecenate e amico di Gian Lorenzo Bernini, chiese all’architetto una consulenza per il disegno dell’organo, dell’altare maggiore, del trono episcopale e del pulpito. Neanche che egli, con tutta probabilità, non fu estraneo all’impostazione della facciata con porticato e loggiato superiore adornato da statue. La facciata, cioè, come oggi è dato di  vedere!

Il bellissimo organo realizzato da Luca Neri nel 1647, il monumentale altare maggiore con il tabernacolo che conserva la reliquia del Preziosissimo Sangue, gli affreschi che adornano la parte absidale,opera del Polinori e di Liborio Coccetti, non hanno sviato l’attenzione dal grande e modernissimo affresco “Resurrezione dei morti” che occupa l’intera controfacciata (2007 – Ricardo Cinalli) con una singolare realizzazione realistica dove si individuano, tra chi ascende al cielo, anche gay, transessuali e prostitute, per ricordare che tutti siamo uguali di fronte a Dio. Con la visita alla cappella Maria Madre della Chiesa, affrescata alla fine del ‘900 con uno dei cicli più completi della vita apocrifa della Madonna, realizzato da Valery Chernoritsky e Anastasia Sokolova, si è concluso il “giro” all’interno del duomo, mentre l’intero itinerario ha avuto termine presso l’anfiteatro romano, uno dei monumenti di maggior spicco di Interamna Nahars. E qui Loretta ha reso una completa “carta d’identità” di questo che è sicuramente uno dei più affascinanti testimoni dell’antica realtà di Terni: edificato sotto l’imperatore Tiberio intorno al 30-32 d.C. poteva contenere fino a 10.000 spettatori. Di forma ellittica, in opus reticolatum a due colori, si innalza per circa 10 metri. Nonostante la sovrapposizione di strutture medievali e moderne, della struttura originaria sono ancora visibili i resti della galleria perimetrale che circonda la cavea, coperta con volta a botte e gli ambienti di sostegno alle gradinate. Un monumento che mantiene tutto intatto il fascino della sua antica storia, di cui Loretta ha saputo narrare con accattivante simpatia tutta la portata culturale, mettendone in evidenza la valenza simbolica per la città, a conclusione di un tour che sarebbe piaciuto molto anche ai viaggiatori che, sulla via della Cascata, si fermavano a Terni e sicuramente si sarebbero stupiti per tanta ricchezza di informazioni!

 

TERNI FALLS FESTIVAL

… After an hour’s walk, we came beneath the cataract of Terni, within the distance of half a mile …

P.B. Shelley “Letters from Italy”